07 febbraio 2009

Umiliati e offesi

La giustizia penale è decisamente più attraente di quella civile. E' storia di cronaca nera, di delitti efferati, di indignazione popolare, di attenzione morbosa, di intercettazioni scabrose. Oltretutto è di grande interesse per una classe dirigente avvezza alle aule di tribunale, il cui tentativo sempre meno velato è proprio quello di chiuderle, quelle aule. Ma se indietreggiamo, dietro la montagna dell'ingiustizia penale lentamente appare un'altra cima, forse anche più imponente: l'ingiustizia civile.

Nel suo libro "The Age of Turbulence", Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve, sostiene che uno dei motivi che resero estremamente burrascoso il passaggio dell'Unione Sovietica dall'economia pianificata al capitalismo fu la mancanza di quella infrastruttura legale e professionale tipica dei paesi ad economia di mercato. Del resto, un sistema economico che non si basa sullo scambio per allocare le risorse non ha alcun bisogno di stabilire come regolare eventuali controversie fra acquirenti e venditori, debitori e creditori. Insomma può fare a meno di dotarsi di una giustizia civile.

Alla luce di queste condivisibili considerazioni, appare evidente che l'Italia si propone come un vivace laboratorio di idee alternative. L'esperimento che si viene conducendo da anni, infatti, tenta di dimostrare che si può far parte del G-pochi pur non avendo alcuno strumento di tutela dei diritti economici. E' l'ennesimo sfoggio di inventiva su cui si basa il made in italy.

La sorpresa, per così dire, è venuta fuori all'inaugurazione dell'anno giudiziario, l'annuale appuntamento in cui ci si raccoglie al capezzale della Giustizia per pronunciare frasi di circostanza, come ad ogni funerale degno di questo nome.

Il primo procuratore della Cassazione, Vincenzo Carbone, ha citato un'umiliante statistica prodotta da un'organizzazione satellite della Banca Mondiale, Doing Business, che si è presa la briga di classificare 181 paesi sulla base della facilità di condurvi attività economiche. La valutazione è fatta sulla base di differenti parametri. L'Italia è al 65° posto assoluto. Al 64° c'è Samoa. Al 63° la Jamaica. La Colombia è al 53°. Potrebbe già bastare. Guardando, tuttavia, il solo parametro Enforcing Contracts, relativo alla tutela giuridica dei contratti, emerge tutta la grandezza del Bel Paese: siamo 156-esimi! Campioni del mondo!
In Italia per arrivare alla fine di un procedimento civile occorrono mediamente 1210 giorni, oltre tre anni, e il costo del processo è pari al 30% del valore della causa; in Francia, per citare uno stato a noi affine come tenore di vita e sistema economico, ne servono 331, con un costo inferiore al 18%.

Sembra impossibile, non è vero? Soprattutto tenendo conto che negli ultimi tre governi si sono succeduti autorevoli Guardasigilli (Castelli, Mastella, Alfano), testimonianze viventi di quanto il tema della Giustizia sia sentito, indipendentemente dai colori politici.

Si vede che il Destino si accanisce contro di noi, generosi contribuenti e cittadini di uno Stato minore. Da vittime, piacerebbe almeno essere magnificate come eroi di un grande romanzo, ma forse più che Umiliati e Offesi siamo solo Cornuti e Mazziati.

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