22 febbraio 2009

Una ronda non fa sicurezza

ALL IN! Nel poker, in particolare nella dilagante versione texana, è la puntata con cui un giocatore mette nel piatto tutte le sue fiches. Il più delle volte la mossa si regge su una mano forte, altre volte è frutto di un bluff.

Dopo aver continuamente rilanciato sulla questione paura-sicurezza, il Governo si è trovato nella spiacevole condizione di essere chiamato al "visto" da parte dell'opinione pubblica, che ormai convinta dell'esistenza di un'effettiva emergenza, chiede una soluzione. Scoperte le carte, però, appare evidente l'azzardo.

Ingenua logica suggerirebbe che di fronte ad un aumento dei reati venisse potenziato l'apparato di sicurezza dello Stato. Tradotto in opinione-pubblichese questo significa più polizia, più carabinieri, condanne più severe e pene più certe. D'altronde tra le ragioni che spingono uno Stato ad afferrare almeno un terzo del reddito dei cittadini, senza dubbio vi è quella di garantirne la sicurezza.

Singolarmente, tuttavia, proprio dalla maggioranza più "Law and Order" che si ricordi, provengono alcune iniziative legislative devolutive, nel senso che devolvono ad altri l'ingrato compito di badare alla sicurezza. Insomma anche nel campo dell'ordine pubblico si fa strada il volontariato, nella particolare foggia della "ronda".

Da convinto liberista ritengo che mai lo Stato dovrebbe mettere bocca e mani nell'organizzazione dei fattori produttivi, dunque nella gestione di aziende. Esistono, però, degli ambiti che gli competono unicamente: difesa, istruzione, salute, sicurezza, etc. Insomma una serie di beni o di funzioni che a ben vedere rappresentano proprio la ragion d'essere del patto civile che vincola i cittadini all'organizzazione statuale e al rispetto delle leggi. Non è ammissibile nè augurabile che su temi del genere la funzione pubblica arretri lasciando spazio all'iniziativa individuale, ancorchè mossa da buona fede.

Alla petizione di principio, però, si può abbinare anche qualche considerazione più prosaica. Anche una democrazia ha bisogno di apparati di polizia, ma al contrario dei regimi assoluti, è costretta a disciplinare in maniera ferrea il potere che attribuisce a quei cittadini investiti del compito di far rispettare le leggi: insomma deve impedire che tale potere si traduca in sopraffazione e venga esercitato a danno della collettività. Non è per niente facile raggiungere questo obiettivo, poichè a livello individuale il binomio potere-responsabilità è molto complesso da gestire. I processi di selezione, addestramento, indottrinamento dei membri delle forze dell'ordine, depositari di un potere superiore, hanno anche lo scopo di nutrire il senso di responsabilità verso la collettività. E nonostante tutte le cautele, capita talvolta che qualcosa vada storto: uno sparo malaugurato, un'irruzione sanguinaria, un pestaggio.

Consideriamo ora il meccanismo della ronda: un'associazione di cittadini si assegna uno scopo di tutela dell'ordine pubblico. Encomiabile obiettivo, in teoria. In pratica avremo gruppi di "tutori" che non sono stati oggetto di alcun processo di selezione, nessuna forma di addestramento, nessuna educazione alla legalità e al rispetto dello Stato. Ognuno di questi "tutori" avrà una sua idea del crimine e della lotta contro il crimine. Ognuno avrà i suoi pregiudizi verso una particolare categoria di persone che non sente a sè affine: prostitute, drogati, zingari, immigrati, ragazzi coi capelli lunghi, persone con il turbante, facce troppo abbronzate, barbe troppo scure. Ognuno di questi "tutori" avrà un suo rapporto con il concetto di potere.

Fate questo semplice esercizio: pensate a tutte le persone che vivono nel vostro condominio. Dareste a ciascuna di esse la possibilità di entrare a far parte di una ronda? Dareste loro il compito di pattugliare una strada, analizzare una situazione potenzialmente illecita e reagire? Non come privato cittadino, che a quello tutti siamo chiamati, ma come membro di un gruppo organizzato? Fate un altro esercizio: vorreste mai che vostro figlio, quello con i capelli lunghi che si veste sempre di nero, una notte, alle tre, mentre si ritira a casa incontri una ronda?

Ci si è affrettati a specificare che le ronde non saranno armate. Trucchetto da prestigiatore dilettante. Quando si parla di arma, la mente immagina immediatamente una pistola, un'arma da fuoco. Posto che un esaltato lo si trova sempre, non foss'altro che per ragioni statistiche, per parlare di armi non abbiamo alcun bisogno di ipotizzare la presenza di polvere pirica. Un bastone va benissimo; una mazza da baseball anche; una chiave inglese pure; uno spray irritante, perchè no. Adesso rifate l'esercizio del figlio che si ritira tardi.

Insomma se c'è un problema di sicurezza, ed ho molti dubbi in proposito, allora si aumenti l'organico delle forze dell'ordine e si migliori la macchina della giustizia. La soluzione costa? L'aspetto più bello del bilancio dello Stato Italiano è che ovunque si guardi c'è possibilità di risparmiare. Se si abolissero le province, ad esempio, si libererebbero svariati miliardi di euro.

Meglio così che svegliarsi dopo un'altra Notte dei Cristalli.

15 febbraio 2009

M'illumino di meno

Veramente?

Il giorno 13 febbraio si è tenuta la quinta edizione dell'inizativa di Caterpillar, trasmissione radiofonica di Rai2, sul tema dell'inquinamento luminoso e del risparmio energetico.

Quest'anno anche il Comune di Salerno
ha inteso partecipare. Simbolicamente. Nella sua newsletter, infatti, il Sindaco, a parte lo spegnimento per un paio di ore delle luci esterne "monumentali" del Palazzo di Città, annuncia una serie di iniziative in materia di risparmio energetico, che al momento sono solo su carta. Fra i progetti citati brilla l'assenza di qualsiasi riferimento alla questione dell'illuminazione pubblica.

Da anni l'amministrazione di Salerno combatte una battaglia, senza quartiere è il caso di dire, contro la notte, nel tentativo evidente di limitare i danni indotti dalla fastidiosa rotazione terrestre. La città vive in una condizione di sagra perenne. Ma è utile avere tante luci?

Molto sinteticamente, ci sono due motivi che giustificano le luci: sicurezza e arredo urbano. Entrambi, condivisibili in linea di principio, meritano però a riflessioni più approfondite, perchè da un lato non esiste alcuna statistica che mostri correlazione fra reati e punti luce, dall'altro è da dimostrare che una fila di lampioni si traduce in un abbellimento a prescindere.

L'unico dato certo è che una quota non piccola della luce generata finisce in cielo e contribuisce al fenomeno dell'inquinamento luminoso. Mi rendo conto che per la maggioranza della gente il problema è marginale. Vorrei però fare da eco alle numerose associazioni che si occupano del problema ed evidenziare che le conseguenze non sono poi così trascurabili.

Innanzitutto viene in causa la fruibilità del cielo notturno, intesa come possibilità di guardare le stelle: è un dato di fatto che, ad esempio, per vedere la Via Lattea bisogna allontanarsi di molto dalla città. Solo così si riesce ad uscire dal globo luminoso. Il problema è naturalmente comune ad ogni città: si stima che delle circa 4000 stelle visibili ad occhio nudo nell'emisfero boreale (magnitudine inferiore a 6) siano visibili solo poche centinaia. Condizioni simili rendono difficile qualsiasi attività scientifica e didattica connessa.

In secondo luogo, la parte di luce dispersa in cielo rappresenta una pura distruzione di denaro del contribuente. I risparmi indotti da un sistema più efficiente di illuminazioni potrebbero essere significativi. Al riguardo, ad un paio di ore di auto da Salerno, il Comune di Torraca ha sperimentato un'interessante soluzione a Led per l'illuminazione pubblica. Secondo il sito del comune il risparmio "vivo" è nell'ordine del 70% e l'inquinamento luminoso drasticamente ridotto.

Fossi io il Sindaco della Città delle Lampadine, un giretto me lo andrei a fare.

13 febbraio 2009

Radicali liberi

Radicale: in chimica, si definisce tale una molecola che presenta un elettrone spaiato. Tale elettrone spaiato rende il radicale una particella estremamente reattiva in grado di legarsi ad altri radicali o di sottrarre un elettrone ad altre molecole vicine. Questa la definizione di Wikipedia.

Curiosamente, si tratta di un concetto che trova numerose manifestazioni anche nella politica italiana. Stavolta, tuttavia, senza alcun artificio letterario, nel senso che non si tratta di metafora.

Da alcuni mesi un nuovo personaggio si è affacciato alle cronache parlamentari, sponda destra, prendendo il posto dell'indimenticato Schifani che, da seconda carica dello Stato, ha raggiunto livelli di ascesi apolemica piuttosto spiazzanti per chi aveva avuto modo di apprezzarne il lato moderato nella passata legislatura. La nuova voce delle libertà, al Senato, è tale Gaetano Quagliariello. Venuto su con il passo del gregario in questo scorcio di terzo governo Berlusconi, si è improvvisamente alzato sui pedali all'ultimo, tragico, tornante della vicenda Englaro. Insomma un altro crociato della vita, che giustamente e fieramente ha levato la sua lama contro quella banda di scellerati assassini che riempiono le fila del partito della morte (cit. B.).

Difficilmente, però, si nasce con l'anima ardente: in genere l'incendio si sviluppa più tardi, ed infatti il nostro vanta una non breve militanza nel Partito Radicale, che sul tema delle libertà individuali ha una posizione appena appena diversa. Come dire doppio salto mortale carpiato ritornato con avvitamento - coefficiente di difficoltà 3,5 - eseguito con stile impeccabile.

Se state pensando che si tratta di un virtuoso solista, tuttavia, incorrereste in un clamoroso errore, perchè la pattuglia di tuffatori acrobati radicali è piuttosto nutrita. Il porta-bandiera è Francesco Rutelli, anche lui artefice di un mirabile balzo, con singolari venature cromatiche: radicale-verde-margheritaro. Molto reattivo, secondo la definizione chimica sopra esposta, è stato in grado di legarsi, giubilante, alle molecole vaticane, dopo una lunga repulsione in chiave anti-clericale.

Tra i casi più recenti si segnala la prodezza di Daniele Capezzone. Qui ammetto la distrazione: mentre si lanciava dal trampolino stavo facendo zapping. Ero convinto che fosse ancora il segretario del partito radicale quando, nel corso di un'intervista trasmessa da un telegiornale, viene indicato nella sovraimpressione come nientemeno che "portavoce del partito delle libertà". Strabuzzo gli occhi, pronto a scagliarmi contro l'ennesima papera giornalistica, quando lo sento parlare: stava veramente portando la voce del cavaliere.

Considerando i test di laboratorio, dunque, bisogna concludere che lo sfortunato e abbandonato partito non è basato sulla chimica del carbonio, perchè, a tutta evidenza, un "Radicale non è per sempre".

10 febbraio 2009

Libertà di scelta

Stato e Chiesa. Da sempre due poteri che tendono ad intrecciarsi come la doppia elica del dna. E forse è scritta nel dna dell'Uomo la necessità dell'uno e dell'altra. Ma non si pongono sullo stesso piano.

Il primo rappresenta l'indispensabile ricorso ad una forma di organizzazione dei rapporti che tenga a bada la natura animale dell'individuo. La seconda è un organismo che tenta di sistematizzare la risposta all'insopprimibile bisogno di comporre l'infinito del Tempo con l'infinitesimo della vita. In altre parole cerca di dare un senso al fatto che noi moriamo mentre tutto il resto continua a sopravvivere. Su questa ansia si costruisce un insieme di regole, che in ultima analisi si traduce nella definizione di una condotta morale, con corollario di premi e punizioni finali.

Fino a che punto possono interagire o fino a che punto i due soggetti possono interferire l'uno nella sfera dell'altro? In un paese democratico, il problema non dovrebbe porsi e a ben vedere forse non si pone affatto, neppure in Italia. Nonostante i recenti casi che hanno agitato gli animi.

La religione è questione esclusivamente personale, riguarda quel bisogno di cui si parlava sopra. Il fatto che qualcuno la mostri in pubblico o la ostenti o ne faccia regola di vita non è di per sè motivo di offesa per gli altri. Ciascuno deve essere libero di seguire il proprio percorso di felicità, di compimento della propria personalità.

Cosa avviene quando una confessione cerca di influenzare le scelte di uno Stato, assumento cioè una dimensione pubblica? Niente di grave, a mio avviso. Si comporta come un normale gruppo di pressione, una lobby. E' discutibile, magari, il fatto che tenti di raggiungere obiettivi che coinvolgano non solo gli appartenenti al gruppo. D'altronde in genere le religioni hanno questi aspetti totalizzanti, essendo basate non su una ricerca di verità, ma su una epifania di verità: al credente, insomma, la verità è stata rivelata, ed è indiscutibile. Poveri gli altri che non possiedono quella certezza, ma questo non è motivo sufficiente per ignorarli: devono conformarsi. Tuttavia siamo sempre nel campo della pressione politica. Ci sono innumerevoli altri gruppi che premono su un governo per ottenere qualcosa in cambio.

Io non mi fascerei la testa se talvolta un gruppo religioso ottiene qualcosa. Forse quello che bisogna pretendere da uno Stato non è il privare le Chiese di parlare, ma quello di metterle tutte sullo stesso piano, poichè tutte meritano la stessa forma di rispetto essendo emanazioni dell'individuo. Questa è una delle grandi conquiste della nostra civiltà e va difesa.

In uno stato democratico, insomma, il problema "pubblico" della religione non si pone se tutte le religioni sono equiparate. Sul piano personale, invece, ognuno risponde davanti alla propria coscienza, secondo la propria onestà intellettuale.

Faccio un esempio: se un governo decide un giorno di essere "cattivo" con un discreto numero di persone, mettendone a rischio la salute (e dunque la vita) con una particolare legge, e il giorno dopo, esattamente il giorno dopo, si muove in difesa di un principio assoluto di vita facendo di un singolo, controverso caso una battaglia divina, allora è il caso di alzare almeno un sopracciglio, perchè questa consecutio di eventi ha una definizione precisa: ipocrisia.

Ne faccio un altro: se un'organizzazione che predica la rettitudine morale per i propri membri e si erge a indiscussa maestra di etica, suggerisce ai propri aderenti il modo di sabotare una consultazione popolare, si può alzare anche l'altro sopracciglio perché si può adottare la stessa definizione di cui sopra: ipocrisia.

Se qualcuno trova la strada verso la felicità passando attraverso il compromesso con la propria coscienza, che lo faccia. Io ne rispetto la libertà di scelta.

08 febbraio 2009

Il doppio lavoro

Si celebra, in questi giorni, il processo alla coppia degli ex fidanzatini di Perugia, imputati dell'omicidio Kercher. Nonostante gli encomiabili sforzi della stampa, la vicenda non riesce a raggiungere i picchi di morbosità del caso Cogne. Del resto anche Bruno Vespa non contribuisce granché, e la nota schiera di psicologi-sociologi-opinionisti ha ormai troppi divani da frequentare.

Merita, tuttavia, attenzione una simpatica spigolatura, e sarà il caso di trovarla divertente perchè tanto è già pagata, da noi contribuenti ovviamente. Il difensore del giovane imputato è un deputato della Repubblica, l'avv. Giulia Bongiorno. Una persona, in altre parole, che è lecito presumere impegnata a tempo pieno nel vaglio delle proposte di legge, e in generale nello svolgimento delle attività parlamentari. Non paga di questo compito, tuttavia, l'avvocato è anche presidente della Commissione Giustizia.

Poichè non ricordo che i nostri rappresentanti possano optare per una forma contrattuale part-time, mi è venuto il sospetto che forse li stiamo costringendo ad esercitare un doppio lavoro perchè non li paghiamo adeguatamente. Auspico che il Governo affronti con la giusta determinazione anche questo scottante problema di welfare. Le nostre tasche sono a disposizione, come sempre.

07 febbraio 2009

Umiliati e offesi

La giustizia penale è decisamente più attraente di quella civile. E' storia di cronaca nera, di delitti efferati, di indignazione popolare, di attenzione morbosa, di intercettazioni scabrose. Oltretutto è di grande interesse per una classe dirigente avvezza alle aule di tribunale, il cui tentativo sempre meno velato è proprio quello di chiuderle, quelle aule. Ma se indietreggiamo, dietro la montagna dell'ingiustizia penale lentamente appare un'altra cima, forse anche più imponente: l'ingiustizia civile.

Nel suo libro "The Age of Turbulence", Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve, sostiene che uno dei motivi che resero estremamente burrascoso il passaggio dell'Unione Sovietica dall'economia pianificata al capitalismo fu la mancanza di quella infrastruttura legale e professionale tipica dei paesi ad economia di mercato. Del resto, un sistema economico che non si basa sullo scambio per allocare le risorse non ha alcun bisogno di stabilire come regolare eventuali controversie fra acquirenti e venditori, debitori e creditori. Insomma può fare a meno di dotarsi di una giustizia civile.

Alla luce di queste condivisibili considerazioni, appare evidente che l'Italia si propone come un vivace laboratorio di idee alternative. L'esperimento che si viene conducendo da anni, infatti, tenta di dimostrare che si può far parte del G-pochi pur non avendo alcuno strumento di tutela dei diritti economici. E' l'ennesimo sfoggio di inventiva su cui si basa il made in italy.

La sorpresa, per così dire, è venuta fuori all'inaugurazione dell'anno giudiziario, l'annuale appuntamento in cui ci si raccoglie al capezzale della Giustizia per pronunciare frasi di circostanza, come ad ogni funerale degno di questo nome.

Il primo procuratore della Cassazione, Vincenzo Carbone, ha citato un'umiliante statistica prodotta da un'organizzazione satellite della Banca Mondiale, Doing Business, che si è presa la briga di classificare 181 paesi sulla base della facilità di condurvi attività economiche. La valutazione è fatta sulla base di differenti parametri. L'Italia è al 65° posto assoluto. Al 64° c'è Samoa. Al 63° la Jamaica. La Colombia è al 53°. Potrebbe già bastare. Guardando, tuttavia, il solo parametro Enforcing Contracts, relativo alla tutela giuridica dei contratti, emerge tutta la grandezza del Bel Paese: siamo 156-esimi! Campioni del mondo!
In Italia per arrivare alla fine di un procedimento civile occorrono mediamente 1210 giorni, oltre tre anni, e il costo del processo è pari al 30% del valore della causa; in Francia, per citare uno stato a noi affine come tenore di vita e sistema economico, ne servono 331, con un costo inferiore al 18%.

Sembra impossibile, non è vero? Soprattutto tenendo conto che negli ultimi tre governi si sono succeduti autorevoli Guardasigilli (Castelli, Mastella, Alfano), testimonianze viventi di quanto il tema della Giustizia sia sentito, indipendentemente dai colori politici.

Si vede che il Destino si accanisce contro di noi, generosi contribuenti e cittadini di uno Stato minore. Da vittime, piacerebbe almeno essere magnificate come eroi di un grande romanzo, ma forse più che Umiliati e Offesi siamo solo Cornuti e Mazziati.

03 febbraio 2009

La palla è ovale

Quando la7 iniziò a trasmettere il torneo delle 6 nazioni, alcuni anni or sono, non avevo nessuna idea di cosa fosse il rugby. La mia conoscenza si limitava a quelle rare immagini che facevano capolino di tanto in tanto in tv, quasi casualmente, tra una partita di calcio e l'altra. L'unica cosa che avevo colto del gioco era questa periodica ammucchiata di carne, intervallata da brevi corse arrestate quasi sempre in maniera lievemente bestiale. Non conoscendone le regole, lo trovavo di una noia soporifera, seconda sola al tedio domenicale tipico di un Gran Premio di Formula 1, davanti al quale, complice il canonico pranzo pluri-portata, sono normalmente in grado di prendere sonno già nel giro di ricognizione. Non mi ci è voluto molto, però, per riconoscere che il rugby è lo sport per eccellenza.

L'essenza della competizione sportiva non è la vittoria sull'altro, ma il superamento dei propri limiti. La presenza dell'avversario è strumentale al raggiungimento di questo fine. Per questo egli merita rispetto; perché ci consente di raggiungere un più elevato livello di soddisfazione. In sostanza collabora con noi, ovviamente essendo anch'egli mosso dallo stesso obiettivo. A rifletterci, secondo questa lettura, ogni gara cessa di essere un gioco a somma nulla: tutti guadagnano qualcosa, anche chi perde, nella misura in cui la sconfitta è stimolo per un nuovo combattimento. Per generare questo effetto, tuttavia, la competizione deve essere corretta, leale, altrimenti è un po' come barare al solitario. In una partita di rugby non capita quasi mai che qualcuno si butti a terra simulando un infortunio o insulti l'arbitro, che è un altro collaboratore, per di più disinteressato, al raggiungimento dello scopo di cui sopra. In una partita di rugby c'è intelligenza ma non furbizia, lotta ma non sopraffazione. In definitiva è uno sport che insegna a vivere.

Detto questo, appuntamento a sabato 7 febbraio per Inghilterra-Italia nel tempio
di Twickenham.

01 febbraio 2009

Tutto il mondo è paese

Qualche tempo fa, gli idraulici polacchi si ritagliarono, loro malgrado, uno spazio nelle cronache del vecchio continente: in occasione dell'approvazione di una direttiva europea sui servizi, i malcapitati artigiani divennero il simbolo negativo di una campagna nazionalista francese basata sul trito leitmotiv del furto di lavoro.
Oggi le vittime dell'ignoranza economica sono alcuni ingegneri italiani e portoghesi appartenenti ad una società di Siracusa che ha vinto un appalto nel Lincolnshire, UK, vale a dire in una terra che ha spiegato al mondo che cos'è l'economia di mercato.

Si sa, però, che il capitalismo è bello finché è un pranzo gratis, nel quale, per giunta, sei l'unico commensale. Quando si tratta di applicarne i princìpi in senso più ampio, allora comincia a provocare reazioni allergiche. In questi casi, poi, non manca mai un politico o un sindacalista alla ricerca di consenso che sale sulla tavola da surf per cavalcare l'onda del malcontento. Ed ecco allora che la scatola de "Il Piccolo Protezionista" viene tirata fuori dalla soffitta. Purtroppo, siccome è sullo stesso scaffale dell'altro blockbuster, "Il Piccolo Razzista", capita che prendendo l'una, cada anche l'altra, da cui la fortunata combinazione: "Sporco immigrato ruba-lavoro".

Non vorrei dilungarmi troppo sulla questione tecnico-economica: altri hanno scritto molto meglio di me. Sul punto mi limito ad osservare che il vantaggio di un'economia aperta è la concorrenza, e
quest'ultima si traduce in prezzi più bassi per tutti i consumatori.

In effetti, leggendo la notizia, la prima parola che mi è venuta in mente non aveva niente a che fare con "La Ricchezza delle Nazioni", ma piuttosto con la "Divina Commedia": contrappasso.
Ci eravamo affrettati a dimenticare oltre mezzo secolo di emigrazione, di viaggi in terza classe in fuga dalla miseria e dalla fame, di accoglienze tutt'altro che amichevoli in paesi in cui andavamo a cercare la sopravvivenza, ma anche a portare nuova ricchezza, la ricchezza del lavoro. Pensavamo di poter nascondere il passato sotto il tappeto, e sedere alla tavola dei ricchi, guardando dall'alto in basso chi non ha. E neppure con la condiscendenza delle vecchie aristocrazie, quanto piuttosto con l'arroganza e l'ignoranza dei parvenue, di chi ha messo le mani su un po' di roba e vive nel terrore che l'altro gliela porti via. "Affondiamo i barconi", "Aiutiamoli a casa loro", "Vengono solo per commettere reati", "Le nostre figlie non avranno mai il burqa", "Un giorno vivremo nelle riserve" e così via fino a ridurre il problema a una mera questione di ordine pubblico.

Poi un giorno apriamo i giornali e scopriamo che qualcuno la pensa esattamente come noi, solo che stavolta lui è a Nord e noi a Sud.