E venne il giorno. Folla oceanica assiepata ai piedi del nuovo Salvatore. Quel vago, si fa per dire, profumo di Hollywood. L'icona della musica nera, ugola in stato terminale, ma sempre buona a smuoverti le frattaglie, canta la conquista di un momento forse nemmeno mai ancora sognato. Sarà un grande Presidente? Non è dato saperlo. Almeno, però, si è circondato di gente competente: il contrasto con chi si alza è già evidente e lascia ben sperare. Sperare. Anche questo è un punto segnato, verrebbe da dire a porta vuota, che troppo facile era metterla dentro dopo W., e però c'è voluta una certa dose di coraggio a raccontare che era il caso di smetterla con questa angoscia da accerchiamento. E tornare a fare gli adulti, a riflettere prima di agire. D'altronde da una superpotenza cresciuta sui miti di libertà e democrazia possiamo ben pretendere che si comporti meglio di una cellula di terroristi. E si può anche esigere che sappia fare più ordine nelle proprie tasche. La sfida sui temi economici è forse anche più impegnativa di quella di politica estera e, in qualche modo, anche questa coinvolge i destini di tutto il mondo. Nelle prossime settimane si capirà quanto di buono c'è in questa amministrazione, ma al di là dei risultati che saranno raggiunti, l'elezione di Obama rimane un potente messaggio, il simbolo di una nazione che è capace di progredire non solo economicamente e militarmente. Non è affatto poco.
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