Con questo slogan Amnesty International sta conducendo una campagna per sollecitare i governi nazionali ad affrontare il problema della povertà, flagello che di fatto priva gli uomini della dignità e in definitiva dei diritti più elementari.Il Rapporto Annuale 2009 fotografa una realtà piuttosto fosca, in cui ai mali tradizionali si aggiunge il fardello della crisi economica, destinata ad avere un impatto particolarmente grave sulle fasce più deboli. Ai governi nazionali viene rimproverata una sostanziale insensibilità ai temi dei diritti umani e l'abitudine di dimenticare i buoni propositi che in tutte le occasioni ufficiali vengono ripetuti. A ciò si aggiungono due vizi cui pochi Stati sembrano sottrarsi: il predicare bene e razzolare male, e la condiscendenza verso paesi alleati, come nel caso del Sudafrica e dello Zimbabwe.
Il rapporto riecheggia della tradizionale ostilità dei movimenti anti-globalizzazione nei confronti delle forze di mercato che, secondo questa visione, agevolano la sopraffazione dei ricchi nei confronti dei poveri e il conseguente aumento delle diseguaglianze sociali. In questo caso ai governi nazionali viene addebitata la scelta di ritrarsi dall'economia. La tesi è piuttosto superficiale, così come la sostanziale condanna delle decisioni relative al salvataggio del sistema finanziario internazionale ricorrendo al denaro pubblico.
Il rapporto, tuttavia, riserva parole molto dure per diversi regimi totalitari o comunque autoritari, tradizionalmente ostili ai meccanismi economici e alla cultura occidentale. Ampie zone dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia soffrono di una sostanziale mancanza di democrazia, anche laddove si sono instaurate forme economiche tendenti al libero scambio. E' tale il caso della Cina, che continua ad avere una pessima reputazione in materia di libertà civili.
Parole non lusinghiere vengono dedicate anche all'Italia, ai cui governi, l'attuale Berlusconi e il precedente Prodi, sono imputabili diverse forme di insensibilità ai diritti umani. Su tutti campeggia la gestione del problema immigrazione, dalla campagna razzista contro le minoranze rom e sinti, condita da parole di fuoco di ministri ed esponenti politici, alla pratica del respingimento, con cui si è addirittura cancellata la regola, quasi naturale, del soccorso in mare. E questo a prescindere dal rispetto delle convenzioni internazionali che obbligano l'Italia a concedere asilo politico ai rifugiati e a quanti fuggono da Paesi in cui sono a rischio di maltrattamenti. Da ricordare, però, che i primi accordi con la Libia, paese che non ha una procedura per il diritto di asilo, risalgono al governo Prodi.
Veramente assurdo, poi, che in 20 anni, dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (Cat), non si sia trovato il tempo di introdurre il reato di tortura nell'ordinamento penale, con il risultato che i responsabili del macello di Bolzaneto sono stati condannati per reati minori, che sicuramente cadranno in prescrizione prima che l'iter giudiziario sia finito.
E per concludere in bellezza, è il caso di ricordare che il governo italiano non ha mai mostrato ripensamenti sulla tecnica delle "extraordinary renditions", la brillante trovata della coppia Bush-Cheney per praticare la tortura di sospetti terroristi per interposto Stato.
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